Campagna PD? Il segreto di Pierlu, birra e piada.
E’ ormai qualche giorno che ogni mezzo di comunicazione, dalla Rete alle TV, passando per i quotidiani, si esercita nel commento alla campagna tesseramento nazionale del Partito Democratico. Se state leggendo queste righe, immagino sappiate già a cosa mi riferisco, polemiche comprese (tutte, da quella per le affissioni abusive per un viral selvaggio e poco riuscito, fino al Fatto Quotidiano che fa satira discutibile sul caso Concordia a spese dei democratici). Cerco quindi di non ripercorrere tutta la filippica.
Oggi, sui social network, compare un’immagine che nulla ha a che vedere con la campagna, ma evidentemente è riferibile al PD. La foto, di pessima qualità e scattata probabilmente “in segreto” con un cellulare (e nemmeno troppo buono), ritrae un Pierluigi Bersani seduto al tavolino, in un angolo deserto di una taverna qualunque, che – solitario e con gli occhiali inforcati – prende qualche appunto mentre sul tavolo aspetta d’esser goduta una bella birrozza bionda e (non si vede, ma s’immagina) una gustosa piadina romagnola.
L’immagine ha cominciato a fare il giro del web – Facebook in testa – e quasi istantaneamente tutta una serie di militanti e simpatizzanti democratici si sono spesi in messaggi di apprezzamento per l’insolita rappresentazione del leader. Qualche ora e qualcuno (ma non il Dipartimento Comunicazione del PD) ha dato un colpo di effetto all’immagine, c’ha piazzato il logo del partito e ha chiosato con un claim in linea con l’evocazione dell’immagine “Facciamo politica con passione”.
E stop.
Come a dire (e così in effetti è stata colta in rete) “Questa è una campagna tesseramento.”
Ora, va da sè che nemmeno quella qui sopra è una soluzione, ma perchè Bersani con birra e piada sembra far più contenti i democratici dell’articolata multisoggetto “Conosci Tizio?… Ti presento i miei.”?
La risposta è quasi banale e me ne scuso, ma credo di aver bisogno di scriverla. La campagna ufficiale, pur non considerandola formalmente una disgrazia (come invece molti pensano) secondo me pecca di un’unico elemento: la forza del modello.
In questi tempi in cui la classe dirigente è sinonimo di casta e privilegio, chiunque faccia comunicazione politica si è esercitato almeno una (una?!) volta sul’evocazione della normalità, del modello “cittadino comune”. Non senza cedere alla tradizionale trappola della figurina, navigando tra la metafora e lo stereotipo (“Allora, dobbiamo metterci un giovane, una donna, un immigrato, un operaio e un artigiano!” – che è un po’ il principio con cui Veltroni nel 2008 compose il gruppo parlamentare democratico, quindi figuriamoci se non vale per una campagna di comunicazione!).
Il problema sta nel fatto che il modello “persona qualunque” non attira perchè manca il termine di confronto. Un conto è dire (o meglio, veicolare il messaggio) “Tizio è un politico di livello nazionale, noto, ma è una persona come tutte le altre, è uguale a te, sceglilo perchè siete uguali“; mentre tutto un altro discorso è dire “Iscriviti al partito (qualunque), perchè si è già iscritto Joe l’idraulico!“.
La cosa potrebbe funzionare se Joe l’idraulico venisse da me in carne ed ossa e mi spiegasse perchè lui si è iscritto. E magari potremmo trovare degli argomenti su cui basare una reazione positiva e ottenere l’engagement del destinatario. Diversamente la reazione più gettonata (e verificata quanto possibile empiricamente) è “Ma che me ne frega a me che Carlo e Farouk sono iscritti al PD?”
Nella foto di Bersani, invece, per quanto di infimo livello qualitativo, è evidente un elemento importante: la capacità di comunicare un esempio a cui ispirarsi. Il leader democratico appare una persona comune, circondata di normalità e assorta nei suoi pensieri prima di un appuntamento importante (nello specifico la Direzione Nazionale del PD di questo weekend). Questo evidentemente piace ai democratici.
Se la campagna ufficiale, al posto di Joe-l’idraulico e Gigi-il-salumiere-a-cui-piace-la-Traviata, avesse esposto degli esempi in grado di veicolare valori, probabilmente la cosa sarebbe stata presa diversamente. Non dico che si sarebbe salvata dalle critiche – in un paese di 60 milioni di Commissari Tecnici, vuoi che non ci siano almeno 10 milioni di comunicatori? – ma avrebbe espresso qualcosa di elevato.
Ci aveva provato il PD, quattro anni fa, a fare qualcosa di simile cercando di attribuirsi l’immagine della vittoria di Obama alla Casa Bianca. Anche lì, manifesto discusso a non finire, ma per chi l’abbia vissuta dall’interno si ricorda quanto sia letteralmente “andato a ruba” negli ambienti del partito. L’idea che un’immagina rivoluzionaria come quella di Obama (almeno allora) fosse principio di ispirazione e tendenza ideale del PD aveva scatenato nei militanti democratici un profondo senso di immedesimazione e di comunità.
In buona sostanza, se il PD capisse con un briciolo di celerità quali sono i valori fondanti che lo descrivono e i miti popolari nei quali far riconoscere le persone che vorrebbe rappresentare, ne guadagnerebbe d’efficacia sia alle urne che nella comunicazione.
Anche se questo è un discorso molto più grande di un misero manifesto.
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